Renderò bello tutto ciò che mi circonda. Questa sarà la mia vita.
Nel 1883 una giovane donna, Elsie de Wolfe, conosciuta anche come Lady Mendl viene presentata alla corte della Regina Vittoria, rendendo ufficiale il suo ingresso nella società londinese. La sua potrebbe apparire una storia di successo e privilegio come quella di molte altre donne dell’epoca: americana di nascita, bianca, appartenente a una famiglia abbiente che la fa crescere tra i salotti della buona società. Inaspettatamente però, a un certo punto De Wolfe sceglierà di fare qualcosa di più che assecondare la buona sorte, andando a disegnare per sé e per tutte le donne una strada professionale fino a quel momento inesistente: quella dell’interior designer.

A fine Ottocento De Wolfe è un’attrice che calca le scene dei teatri newyorkesi ma è solo in seguito alla perdita del padre e alla ristrettezza economica che questo evento provoca, che arriva l’esigenza di trasformare la sua passione in qualcosa di più: una professione che funzioni e la renda influente. Debutta nel primo ruolo importante nel 1891 con Thermidor, un'opera teatrale del drammaturgo francese Victorien Sardou che la tiene in tournée per due anni.

Calcando le scene incontra Elizabeth (Bessie) Marbury, agente teatrale con cui intratterà – nonostante un matrimonio di facciata – una lunghissima storia d’amore. Nel 1884 entra a far parte della compagnia teatrale Frohman per poi arrivare a fondarne una propria solo sette anni dopo. Lo spirito imprenditoriale di Elsie De Wolfe si manifesta con forza, puntualità e precisione: la sua mossa la rende popolare e con lo spettacolo The Way of The World calca i palchi di Broadway per due anni. Si ritira dalle scene nel 1905, ma solo perché l’obiettivo è diventato un altro. Per De Wolfe è giunto il momento di lasciare il proprio segno nella storia del Design.
Per approfondire: Breve storia del design
È difficile stabilire tramite quali fasi si formi un gusto e un pensiero critico sul bello talmente singolare da poter costituire la base di una carriera influente. Lo è ancora di più se si contestualizza la vita di Elsie De Wolfe dentro una società prettamente patriarcale, in cui la sicurezza e la caparbietà necessari per emergere professionalmente in un settore creativo non sono caratteristiche ben viste né tantomeno incoraggiate in una donna. Ciò nonostante, un sottilissimo e prezioso filo rosso deve essersi teso a partire dai salotti dell’infanzia di De Wolfe sino alle scenografie teatrali in cui si è immersa in età adulta, guidandola alla costruzione di una cultura visiva, di un gusto e soprattutto della consapevolezza di possedere uno sguardo attentissimo ai dettagli, creativo e analitico, capace di decostruire e costruire gli stili con forte senso critico. È su suggerimento di Marbury – che continua a sostenerla – e dell’amica Sara Cooper Hewitt che De Wolfe dà ufficialmente il via alla sua carriera di interior designer. La sua popolarità in società e la stima che aleggia intorno a lei funzionano ovviamente da acceleratore e diffusore del valore del suo gusto e lavoro.

Uno tra i suoi conoscenti è proprio l’architetto Stanford White che la aiuterà a ottenere la commissione per la progettazione degli interni del Colony Club, il primo club sociale istituito da e per le donne nell’Upper East Side, a New York. Da questo lavoro emergono i caratteri distintivi del modo di concepire gli spazi di De Wolfe: senso della misura, ariosità (tramite soprattutto l’utilizzo di specchi, la scelta di tonalità molto chiare per vernici e tessuti) e unità visiva piuttosto che stilistica. Dimostra inoltre una predilezione per le strisce verdi e bianche, per le combinazioni in bianco e nero e per i tessuti che imitavano le pelli di animali. Per l’interior designer i bagni non saranno mai secondari ma anzi ambienti da elevare al pari di stanze reali. Fra i tanti futuri clienti, il milionario Henry Clay Frick, che le commissiona la progettazione degli ambienti privati del suo palazzo in stile neorinascimentale sulla 5th Avenue, oggi sede della Frick Collection.
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Il sorprendente successo di Elsie De Wolfe, che diventa la prima interior designer professionale d’America, e non solo, poggia sul desiderio – suo e di un’intera generazione – di una rottura con lo Stile Vittoriano, uno stile nato e diffusosi tra il 1830 e il 1900 sotto l’influenza dello sviluppo industriale. La tecnologia rende possibile qualcosa di mai esistito, la democratizzazione del gusto. Con l’avvento della produzione di massa, l’interior design cessa di essere una materia esclusiva, un hobby per i ricchi e diventa parte integrante della vita quotidiana delle persone comuni. Certamente qualcosa di epocale, tuttavia con una conseguenza: se da una parte le industrie riescono a produrre elementi d’arredo, arte, tessuti, elementi decorativi a prezzi accessibili, dall’altra nelle persone si rivela la mancanza degli strumenti per controllare e direzionare con gusto un potere di acquisto così esorbitante. Il risultato sono abitazioni che diventano colme di oggetti di ogni tipo: tappeti, arazzi, quadri, soprammobili si susseguono negli spazi domestici, dalla sala alla camera da letto, centimetro dopo centimetro, nel tentativo dei proprietari di eliminare per sempre il vuoto che invece Elsie De Wolfe valorizza e ripropone nei suoi progetti di interior design. È proprio in questo tipo di estetica, piena e satura, che si va a collocare per sempre l’immaginario dello stile vittoriano.
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Elsie De Wolfe tutto questo lo sa bene. Il suo sguardo si è formato tra le mura di stanze zeppe, toni verdi, blu e marroni eccessivamente cupi e mobili decoratissimi. Ora che ha voce in capitolo, sceglie di decostruire, diventando portavoce del gusto della nuova generazione. Gli ambienti a lei commissionati diventano leggeri, i loro colori morbidi e delicati: le superfici si liberano e si fa finalmente largo il culto del vuoto. Nessuna ombra di aleatorietà: il suo gusto è pratico e interviene sulla confusione che contraddistingue le case in stile vittoriano, riassegnando alle persone e all’emozionalità dell’abitare i ruoli principali.
Se talvolta la memoria della storia e del lavoro di Elsie De Wolfe è parsa soccombere ingiustamente al passare del tempo, così non è mai successo agli oggetti – elementi d’arredo, piccoli accessori e opere d’arte – che la designer ha collezionato nel corso della propria vita. Simbolo del proprio status quo, gusto e influenza nelle comunità di artisti e designer, certi oggetti sono giunti al giorno d’oggi con un valore che diventa sempre più ampio e riconosciuto.

Nel settembre del 2020, la nota casa d’asta Christie’s presenta un ritratto di Elsie De Wolfe intitolato Portrait d'Ella de Wolfe, dite 'Elsie', plus tard Lady Mendl realizzato tra il 1865 e il 1950 dal pittore considerato tra i più sensibili interpreti del fascino della Belle Époque, l’italiano Giovanni Boldini. Il dipinto viene battuto al prezzo finale di 112,500€. La storia che si cela dietro questa tela, ci dà conferma del temperamento di De Wolfe che, ben sicura delle proprie preferenze, non esiterà a chiedere a Boldini di abbandonare l’idea originaria di un ritratto in piedi, per passare a un mezzo busto. Circa trent’anni dopo la designer e l’olio su tela si ricongiungeranno in una fotografia scattata da Horst Paul Albert Bohrmann, noto fotografo della rivista Vogue. A sessantotto anni, Elsie de Wolfe posa così accanto a sé stessa, in abiti con motivi Decò, con la medesima eleganza.

Alla fine degli anni ’20, a dimostrazione del gusto in fatto di Design, De Wolfe commissiona la realizzazione di un mobiletto con specchio boudoir a Max Ingrand, decoratore e designer francese. Per circa 10 anni Ingrand collabora in qualità di direttore artistico con l’azienda italiana di lampade FontanaArte, per cui disegna oggetti – in particolar modo lampade – che segneranno la storia del Design. De Wolfe avrà talmente a cuore il mobile che per celebrarlo raddoppierà lo spazio del suo lussuoso bagno, collocandolo nello spazio del nuovo salotto. L’oggetto rimarrà nell’appartamento a Parigi di Avenue d’Iéna al numero 10 per tutta la vita della designer. Nel 2006 giunge in asta con Christie’s: viene venduto all’inattesa e strabiliante cifra di 60,762€.

Poco dopo l’inizio della sua carriera da interior designer, Elsie De Wolfe ebbe a dire «Renderò bello tutto ciò che mi circonda. Questa sarà la mia vita». Il trascorrere del tempo può essere impietoso su lasciti come il suo. Risulta infatti assai difficile – in mancanza di grandi quantità di immagini fotografiche – riuscire a far brillare oggi come ieri le atmosfere che da designer De Wolfe è riuscita ai suoi tempi a creare, distaccandosi con slancio e naturalezza dalle consuetudini estetiche dello stile dell’epoca. La commissione di Condé Nast costituirà uno dei massimi picchi per la sua carriera: l’abilità di combinare decorazioni moderne con mobili del XVIII secolo con ricche cineserie e trattamenti floreali sulle pareti ne consolideranno l’approccio vitale ed esuberante. Una rarissima quanto colorata testimonianza è l’olio su tela proveniente dall’appartamento di New York di De Wolfe, che ritrae lo stesso e raggiungerà il prezzo di 59,125€. La bellezza, per lei, sarebbe sempre stata una dimensione sensibile da celebrare, non solo un obiettivo di lavoro.

Nel 1941, Elsie de Wolfe e il marito Sir Charles Mendl sono costretti ad abbandonare gli splendidi spazi di Villa Trianon a Versailles, in seguito all’occupazione nazista di Parigi. Il legame con questo luogo era cominciato molto tempo addietro e De Wolfe ne resterà a tal punto affezionata che vi farà ritorno appena finita la guerra, decidendo di restarvi fino alla morte, nel 1950.
L’acquisto e l’arredamento del Petit Trianon risale al 1905, sancendo per De Wolfe il definitivo ingresso nel mondo dell’arredamento europeo. La casa vanta ovviamente una storia assai prestigiosa, fino a dieci anni prima era appartenuta nientemeno che al Principe Louis d’Orléans, duca di Nemours, imparentato con la famiglia reale. De Wolfe ottiene Villa Trianon al prezzo stracciato di 12.000$, che oggi corrisponderebbero a circa 310.000$. In questo passo viene sostenuta come al solito da Bessie Marbury, con la quale, – senza suscitare poco scandalo – condividerà qui lunghi periodi di convivenza. Al momento dell’acquisto gli arredi originali di Villa Trianon sono praticamente intatti grazie alla cura di un devoto cliente di De Wolfe, l'industriale francese Paul-Louis Weiller, che per tutto questo tempo aveva utilizzato il Petit Trianon come residenza per le proprie vacanze.
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Il segno più incisivo e d’ispirazione che De Wolfe lascia all’interno della dimora storica, è sicuramente l’intervento effettuato nell’ambiente del bagno del secondo piano. Grande due volte la camera da letto adiacente, viene trasformato in un grande salone caratterizzato dalla presenza di mobili antichi, sculture, dipinti e altri piccoli elementi. In pieno stile De Wolfe, vengono distribuiti in voce dell’ariosità e dell’armonia, nondimeno del comfort. Non mancano le combinazioni, evidenti per esempio tra il camino ad angolo in marmo nero e verde venato e il bordo vasca della stessa cromia. Vicino al camino, si può notare ancora oggi un alare dorato dalle sembianze di un cavallo, che per l’interior designer rappresenta la realizzazione di un vero e proprio sogno di gioventù. Come racconterà nella sua biografia After All, pubblicata nel 1935: «Ho pensato che se mai potessi permettermelo avrei sicuramente un camino nel mio bagno». Articolo di Brenda Vaiani.
Brenda è Editor e ricercatrice. Le sue ricerche ruotano attorno alla connessione tra società e arte, design, moda.



