Guardando i dipinti che per secoli hanno impreziosito la Storia dell’Arte, si nota che spesso i soggetti ritratti hanno espressioni piuttosto serie e difficilmente sorridono. Si potrebbe pensare che fra le molteplici motivazioni ce ne siano anche alcune di carattere “odontoiatrico” e immaginare che i nostri antenati evitassero di sorridere per non mostrare e immortalare in un ritratto i propri denti guasti. Tuttavia, la scarsa igiene dentale era talmente comune in passato da non essere considerata un elemento negativo, come potrebbe accadere al giorno d’oggi.
Le ragioni dell’assenza di sorriso in alcuni dipinti di artisti famosi vanno rintracciate piuttosto in questioni di tipo pratico, oltre che socio-culturale.

Il sorriso è frutto di un momento, di uno stato d’animo temporaneo e ha una natura inafferrabile. Quando ci scattano una foto tendiamo a sorridere, e il sorriso il più delle volte ha un aspetto spontaneo, ma immaginate di dover posare per ore e ore davanti a un pittore per un ritratto: il nostro sorriso dopo un po’ assumerebbe l’aspetto di una smorfia o di un ghigno e per l’artista stesso sorgerebbero delle difficoltà. Inoltre, un ritratto che riuscisse a catturare l’essenza fugace di un sorriso, afferrerebbe solo un istante, invece di rappresentare una raffigurazione formale del soggetto. E, per secoli, l’intento del ritratto era invece proprio questo: catturare una certezza morale, quasi ideale del personaggio immortalato.
Fino all’avvento del Cristianesimo, l’arte non aveva disdegnato la rappresentazione di sorrisi estatici e pose “bacchiche”. Nell’arte greca troviamo statue di persone raffigurate con quello che veniva definito “sorriso arcaico” – in cui i volti hanno le labbra incurvate in su – mentre l’austerità dei busti degli imperatori romani è a volte attraversata da un leggero sorriso. La religione cattolica influì sull’espressione dei personaggi immortalati; nel Medioevo si guardava al sorriso con un certo sospetto, puntando il dito soprattutto contro le risate, considerate “maligne” o maliziose e, per la maggior parte della storia umana, un sorriso ampio ed evidente è stato considerato inappropriato.

L’associazione fra il sorriso e il male, o comunque l’identificazione del sorriso troppo aperto con persone di dubbia moralità o di bassa levatura sociale, rimase in auge per molto tempo, con alcune eccezioni. Antonello da Messina non disdegnò di ritrarre personaggi sorridenti e carichi di vitalità. Nell'opera Ritratto di ignoto, l'artista abbandona la posa medaglistica di profilo per adottare una posizione di tre quarti, con gli occhi del personaggio rivolti verso chi guarda, quasi alla ricerca di un contatto o un'introspezione psicologica. I denti non vengono mostrati, ma sono presenti evidenti rughe espressive agli angoli degli occhi e un accenno di fossetta sulla guancia in vista. Il risultato è un ritratto decisamente diverso da quello di molti suoi contemporanei.

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Qualche anno più tardi, Leonardo da Vinci creò la Gioconda, il cui misterioso sorriso affascina il mondo da secoli, e il San Giovanni Battista, che presenta un sorriso altrettanto enigmatico – da alcuni persino paragonato a un ghigno – in un certo modo paragonabile all’espressione della Monna Lisa.

Sempre in Italia, Caravaggio, che amava dare scandalo, dipinse l'opera Amor Vincit Omnia, in cui il sorriso di Eros risulta talmente malizioso da essere interpretato all'epoca come una celebrazione della passione omosessuale. L'Amore che dovrebbe "vincere su tutto" con questo sorriso sembra ammiccare soprattutto alla lussuria, piuttosto che celebrare il lato platonico dell'unione sentimentale.

Per ammirare sorrisi ampi e denti ben in mostra, tuttavia, dobbiamo spostarci in Olanda e, soprattutto, entrare in contatto con le classi sociali meno elevate. I pittori olandesi del Secolo d’oro amavano ritrarre la vitalità e la spontaneità della gente comune e cercavano di coglierla soprattutto nel sorriso. Artisti come Gerrit van Honthorst, Frans Hals, Judith Leyster e Jan Steen hanno reso omaggio all’aspetto conviviale della quotidianità, immortalando anche pose piuttosto libertine, tanto che all'epoca olandesità divenne sinonimo di licenziosità. Un'arte inclusiva che sembrava quasi una celebrazione della vita in tutti i suoi aspetti, dopo la fine del rigido regime calvinista.

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Altro esempio eclatante di quanto la raffigurazione del sorriso non fosse ben vista in passato è quella che riguarda la francese Élisabeth Vigée Le Brun (conosciuta anche semplicemente come Madame Le Brun). Nota per la sua attività ritrattistica e in particolare per la regale gentilezza con cui dipingeva i suoi soggetti, la pittrice fu acclamata dai suoi contemporanei, ma venne criticata quando espose nel 1787, al Salon di Parigi, un autoritratto con la figlia Julie. L’opera fu giudicata in modo negativo perché l'artista mostra i denti mentre sorride, cosa considerata poco decorosa all'epoca.
Il sorriso nell'Arte, dunque, è stato lungamente ostracizzato e associato alla malizia, all'ubriachezza, alla povertà e ai facili costumi. In tempi più recenti, Andy Warhol, noto per la sua passione per le labbra, ha conferito al sorriso uno status completamente nuovo, riproducendolo in serie, come nelle serigrafie dedicate a Marilyn Monroe. Il sorriso, oggi, diventa quasi una maschera fotocopiata molteplici volte, come nei lavori dell'artista Yue Minjun, esponente del Realismo Cinico cinese.
Sulle sue opere il sorriso assume l'aspetto di una risata sciocca e omologata, una risposta sarcastica al vuoto spirituale circostante. Le bocche, esageratamente larghe, sembrano ostentare un'allegria esasperata nel tentativo di celare una felicità inesistente, e finiscono per somigliare a maschere tragiche. O ai sorrisi di alcuni selfies, che nascono con uno scatto, per morire l'attimo dopo, nel momento in cui vengono condivisi online.
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