Cresciuta in un piccolo hotel sul mare a Margate, nel Kent, con i suoi genitori e suo fratello gemello, la vita di Tracey Emin inizia nella normalità assoluta, tanto che lei stessa racconta di essere stata trattata "come una principessa". Questo fino a quando scopre che il padre stava conducendo una vera e propria doppia vita: ebbe infatti tre figli con un'altra donna, e quando la piccola Tracey aveva sette anni abbandona la famiglia, segnando per loro l'inizio di una vita in povertà. All'età di tredici anni Tracey è vittima di un abuso, triste accaduto che ebbe poi una forte influenza sulla sua arte.
Sono sopravvissuta solo grazie all'arte. Mi ha dato fiducia nella mia stessa esistenza.
Questo trauma emotivo infantile la porta ad abbandonare la scuola, per poi però tornare nel 1980 al Medway College of Design (ora University for the Creative Arts) per studiare moda e prendere una laurea in Belle Arti al Maidstone College of Art nel 1986. Completa anche un Master in Pittura presso il Royal College of Art di Londra. Durante questo periodo incontra Billy Childish, un artista, cantante e poeta con cui ebbe una relazione. In quel periodo Emin lavora anche per la sua piccola agenzia di stampa, la Hangman Books.

Sebbene l'artista consegua con successo diplomi accademici, iniziando a farsi conoscere nella sfera dell'arte contemporanea con opere diverse, tra fotografia, pittura, scultura e installazioni profondamente personali - quello non è per lei un periodo sereno. Durante la sua relazione con Childish, Emin tenta il suicidio gettandosi dal Margate Bridge. Ciò che la influenza maggiormente a livello artistico sono però ii due aborti avvenuti all'inizio degli anni '90, che secondo la stessa artista le hanno insegnato "l'essenza e la conoscenza di dove vengono le cose".
Emin dichiarò in seguito di non aver mai creduto di poter essere una buona madre o che, forse, sarebbe stata fin troppo brava, trascurando però il suo lavoro artistico, al quale non avrebbe mai potuto rinunciare. Ha commentato: “Sono sopravvissuta solo grazie all'arte. Mi ha dato fiducia nella mia stessa esistenza".
Gli aborti sono stati per lei un campanello d'allarme che le hanno fatto capire di dover cambiare il modo in cui viveva: dopo un grave esaurimento mentale, l'artista ha poi raccontato in un'intervista che per lungo tempo non riuscì più a usare i colori ad olio, perché le suscitavano questi ricordi dolorosi.

Il 1992 è un anno importante per Emin, un anno che segna la sua relazione con l'artista Sarah Lucas. Tracey distrugge tutte le sue opere d'arte create sino ad allora, comprese le fotografie personali e un pacchetto di sigarette che suo zio teneva in mano quando perse la vita in un incidente d'auto a Londra, che fu incluso nella sua prima mostra personale alla White Cube di Londra. Lascia il suo studio e insieme alla compagna si lancia in una nuova avventura, aprendo lo spazio "The Shop" a Brick Lane, dove ospita alcune mostre collettive con artisti del calibro di Damien Hirst. Il "The Shop" ebbe all'epoca un grande impatto sul modo in cui l'arte commerciale veniva percepita, poiché era aperto 24 ore su 24 e vendeva di tutto, dall'arte alle t-shirt ai sex toys. La sera, veniva trasformato in luogo per feste mondane. La loro relazione d'affari e romantica però dura solo sei mesi: Sarah lascia Tracey.
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Il passato di Emin è stato il motore della sua anima creativa, ciò che l'ha portata alla fama. L'installazione Everyone I’ve ever slept with (1963-1995) (1995), una delle sue opere più celebri, consiste in una piccola tenda che raccoglie tutti i nomi delle persone con cui Tracey aveva condiviso un letto nel corso della sua vita, compresi i nomi dei due feti mai nati.
L'opera, molto forte emotivamente, attira l'attenzione di Charles Saatchi quando viene esposta in occasione di una mostra collettiva organizzata da Carl Freedman. Da allora, Saatchi inizia ad acquistare le sue opere. Naturalmente, l'opera provocò l'ira di alcuni dei suoi precedenti amanti e uno di loro decise di vendere le lettere d'amore di Emin che lei gli aveva scritto quando lei aveva quattordici anni e lui ventidue. Sfortunatamente, sia Everyone I’ve ever slept with (1963-1995) che The Last Thing I Said to You is Don't Leave Me Here (2000) sono state distrutte in un incendio nel magazzino di Saatchi.

In tutti quei momenti dolorosi, Emin scopre un'artista da cui trae grande ispirazione: il pittore espressionista Egon Schiele. Schiele raffigurò le donne come figure forti e nude, una rappresentazione femminile a cui Tracey ha sempre ambito. La vita di Schiele, il modo in cui l'artista dipingeva, portano Emin a capire come usare l'immagine del corpo e dei mezzi artistici per lavorare attraverso il dolore emotivo.
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Sebbene il suo lavoro si sia evoluto nel tempo, Emin rimane costantemente impegnata a ritrarre le sue emozioni e i suoi pensieri. La sua opera più famosa è indubbiamente My Bed, il letto presentato per il Turner Prize della Tate Britain nel 1999. Raffigurava lo stato del suo letto dopo una settimana di depressione e includeva preservativi, vestiti insanguinati e sigarette. Selezionato per il Turner Prize, è stato venduto da Christie's nel 2014 per £ 2,5 milioni. Fa oggi parte della collezione permanente della Tate Modern.

Emin fa parte dei Young British Artists - un movimento definito dalla Tate come "un gruppo sciolto di artisti britannici che hanno iniziato a esporre insieme nel 1988 e che sono diventati noti per la loro apertura a materiali e processi, tattiche shock e atteggiamento imprenditoriale". Oggi, Emin è anche membro della Royal Academy of Arts e tiene vari corsi di disegno e conferenze. Le sue opere sono esposte in tutto il mondo e sebbene abbia oggi trovato una nuova serenità, questo non le impedisce di continuare a creare un'arte profondamente personale.
Negli ultimi tempi, il suo stile si è evoluto verso la realizzazione di opere più figurative. Durante un'intervista con la BCC, ha dichiarato, riguardo alle sue vecchie opere: "Erano piuttosto sessuali e lo trovo un po' imbarazzante... ho bisogno di andare avanti e il mio lavoro deve essere molto più libero".
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Articolo di Sophie Bubmann



